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10/20/2008
I manager a lezione da Rossano Galtarossa
Yous e Aidp insieme per affrontare il parallelismo tra mondo sportivo e aziendale. Un focus emozionante sulle gare olimpiche, le sensazioni provate, i momenti di difficoltà che ha brillantemente superato, gli aneddoti. Venerdì 17/10 nella sala conferenze dell’hotel B4, al Net Center di Padova, Rossano Galtarossa si è raccontato davanti a 150 manager aziendali.
Con l’aiuto dell’autore e formatore aziendale Andrea Di Lenna, Galtarossa ha esplorato in modo accattivante temi quali la motivazione e l’auto-motivazione, la gestione delle emozioni e dello stress, la preparazione mentale, i significati plurimi di termini quali vittoria e sconfitta. Il tutto condito da un pathos e da una umanità straordinari che hanno acceso il pubblico, inchiodandolo alla sedia per due ore. Dopo il saluto di Paolo Mezzaroba dell’Aidp e Carlo Scatturin di Yous – organizzatori dell’evento “Vincere con la testa” – ha dominato la scena la telecronaca concitata della diretta della gara olimpica di Sidney nel 2000, condotta da Giampiero Galeazzi. In quella occasione nel quattro di coppia Rossano Galtarossa conquistò l’oro assieme ai compagni Agostino Abbagnale, Simone Raineri e Alessio Sartori. Mentre scorrevano le immagini il termometro nella sala saliva, e cresceva l’empatia nei confronti del plurimedagliato campione. Anche il video girato dalla Canottieri a Pechino 2008, dove Galtarossa nel quattro di coppia ha vinto l’argento olimpico, ha emozionato molto la platea. «A Pechino – afferma Rossano – ho provato la stessa intensa gioia che mi ha pervaso a Sidney. Quando ho conquistato l’oro avevo 28 anni, l’età in cui un atleta raggiunge la sua perfetta forma fisica. Mentre l’argento l’ho vinto a 36 anni, dopo quasi due anni di stop, lavorando molto sul fisico e ancor più sulla preparazione mentale. E trovando dentro di me le giuste motivazioni per raggiungere l’obiettivo». Un argento che vale quanto un oro. Ecco perché il significato della vittoria non è assoluto, ma relativo. «Chi vince l’argento – sottolinea Di Lenna – non ha perso l’oro, ma si è conquistato il secondo posto del podio. E’ questa la giusta angolazione per rileggere le vittorie, che deve essere adottata nelle Federazioni e Associazioni sportive. E’ questo lo spirito da insegnare alle nuove leve». Il momento dell’allenamento nel canottaggio è piuttosto duro, perché viene fatto per l’80% in solitudine. Quando non è possibile uscire in fiume, gli atleti trascorrono molte ore della giornata su un remoergometro, un simulatore di voga a freddo che testa la preparazione fisica dell’atleta. Uno strumento che venerdì la platea ha potuto conoscere da vicino, visto che in chiusura di evento sono state scelte a caso tra il pubblico quattro persone che si sono fronteggiate in una sfida all’ultimo respiro. Rossano ha spiegato loro come utilizzare il remoergometro. Ai due vincitori è andata una confezione di champagne e una coppia di calici. «Durante gli allenamenti – racconta Rossano – impari a conoscere e a confrontarti con i tuoi limiti, con lo stress. Devi auto-motivarti e motivare l’equipaggio. Nel quattro di coppia a Pechino mi sono ritrovato in squadra con compagni molto giovani, cui ho fatto un po’ da “chioccia” e “istruttore”. Mi sentivo in dovere di sostenerli emotivamente, perciò prima della gara a ognuno di loro ho fatto un discorso personalizzato, per motivarli e spingerli al massimo verso l’obiettivo comune. Ho cercato, per quel che potevo, di sdrammatizzare la tensione che inevitabilmente si accumula davanti a difficoltà e disguidi». E di momenti difficili ha dovuto affrontarne anche un campione come lui. Fra tutti il peggiore è stato l’olimpiade di Atlanta nel 1996, dove Rossano è arrivato quarto e gli amici gli hanno consegnato la medaglia di legno. Un esito difficile da accettare dopo il bronzo vinto a Barcellona a vent’anni. «Inizialmente – ammette Rossano – ero talmente amareggiato dall’esito dell’olimpiade di Atlanta che ho pensato di smettere. Poi ho rielaborato l’accaduto, e in me ha cominciato farsi spazio la convinzione che non valevo il quarto posto. Pian piano la rabbia scemava, e veniva sostituita dalla determinazione, necessaria per far fronte al duro regime degli allenamenti. E’ indispensabile avere una forte motivazione dopo una sconfitta, e io sono riuscito a trovarla in me stesso. La fiamma olimpica non si era ancora spenta». E a distanza di 12 anni da allora, dopo Pechino 2008, sono finite le sfide per Galtarossa? «Adesso la sfida più importante sarà decidere cosa farò da grande», congedandosi con un sorriso dai manager. Nel frattempo fra quattro anni sapremo se ci sarà una sesta olimpiade nella sua carriera sportiva …
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